Curiosità

Brigadiere a Cerisano, catturò Musolino

 

 

 

Il Brigante MusolinoAmerigo Feliziani nacque il 2 luglio 1877 nella frazione di Collelungo del Comune di Baschi (Terni). Egli crebbe accarezzando sempre l'idea di arruolarsi nell'Arma dei Carabinieri, cosa che riuscì a realizzare nel 1898. Compiuto il corso presso la Legione Allievi di Roma, fu promosso carabiniere e destinato alla Legione di Ancona stazione di Sant'Agata Feltria. Trasferito, successivamente, a quella di Acqualagna (Pesaro) ebbe occasione di compiere una mirabile operazione di servizio che si concluse con l'arresto di Giuseppe Musolino, considerato tra il 1895 e il 1905 il più celebre brigante italiano.

Quest'ultimo di origine calabrese, era stato accusato, a suo dire ingiustamente dei reati di tentato omicidio, per i quali fu condannato a ventuno anni di reclusione. Dal carcere era evaso, aveva solo ventisei anni. La sua latitanza durava da tre e sembrava fosse un secolo. In quel breve periodo il brigante aveva assassinato sette persone, altre ferite, ed altre ancora minacciato di morte, spargendo il terrore con suoi impeti vendicativi nei paesi dell'Aspromonte. Tre anni furono sufficienti a creare sulla sua figura una leggenda. Tutta una letteratura giornalistica e d'appendice proliferò attorno alle drammatiche e delittuose gesta del brigante che per lungo tempo rese lo Stato incapace di fermarlo, tanto che sulla sua cattura pendeva una taglia di 50.000 lire. Lo credevano in Aspromonte. E tra le balze della Calabria centinaia di poliziotti e carabinieri prima, l'esercito poi, gli avevano dato inutilmente la caccia; negli stessi siti e con la stessa tenacia con cui oggi si dà la caccia alle bande dei sequestratori, l'arresto invece avvenne ad Acqualagna presso Urbino, sede di servizio del giovane carabiniere Feliziani che così raccontava: "...Mi trovavo semplice milite ad Acqualagna, era il pomeriggio del 9 ottobre 1901, il brigadiere mi comandò di perlustrare insieme con il collega La Serra Antonio una frazione con lo scopo precipuo di rintracciare gli autori di un sanguinoso delitto che aveva aspramente amareggiato i nostri animi: l'uccisione di un carabiniere in una campagna nella provincia di Pesaro, compiuta non si sa da chi, ma attribuita a dei girovaghi. Ad un certo punto, in un terreno coltivato, vedemmo un individuo che dal modo come si aggirava, destò in noi qualche sospetto. Il mio compagno ed io ci guardammo in viso:- che sia uno degli assassini del nostro commilitone?- E ci dirigemmo verso di lui. Si trattava di un giovanotto aitante, robusto, elastico. Dopo averci scorto lo sconosciuto volle simulare una perfetta indifferenza e fece come per venirci incontro. Poi ad un certo punto se ne andò verso una casa colonica. Si radicò allora in noi la convinzione che si trattasse di un latitante. Piombammo nel casolare: Il collega La Serra rimase sulla strada ed io salii di sopra. L'individuo nessuno lo conosceva, non era entrato, ma soltanto passato vicino sfiorando una donna che gli sentì dire, come parlando a se stesso: "Sono carabinieri! '. In quel mentre guardando fuori dalla finestra mi accorsi che egli si trovava ad un trecento metri di distanza e camminava in direzione di un piccolo rialzo di terreno evidentemente per nascondersi. Ritornai in strada ed immaginando che il misterioso individuo avrebbe preso il sentiero campestre che fiancheggiava la strada, ci dirigemmo su questo per incontrarlo sulla direzione opposta. Il mio compagno non poteva correre a causa di una recente malattia alla milza. Fu così che io lo lasciai indietro di alcune centinaia di metri per tema che la preda sfuggisse. Scavalcata la collinetta mi trovai vis a vis con il giovane a pochi metri di distanza. Questi cercando di mascherare il su turbamento fingeva di volermi passare accanto, ma io gli intimai di fermarsi. Egli si arrestò un istante perplesso e poi si dette alla fuga. Io perdetti il lume degli occhi, sicuro di aver rintracciato un autore dell’assassinio del nostro commilitone. Mi detti ad inseguirlo e quando gli ero già a cinque o sei metri lo vedo cadere. Aveva inciampato sul filo metallico di una vigna, inciampo anch'io e gli sono sopra come un bolide, lo afferro con una mano per il collo e con l'altra per il braccio destro e con le ginocchia lo premo sull'addome con tutte le forze dei miei ventiquattro anni centuplicate dal desiderio di vendicare il mio povero compagno di Pesaro. Egli si divincola e cado anch'io; ci dibattiamo tra le zolle, ma non lascio neppure per un attimo la preda. Riesce ad impugnare la rivoltella con la sinistra e cerca di alzarsi. lo sdrucciolo, ma fortunatamente lo afferro per le gambe ed egli è di nuovo con me a terra. Lo abbraccio e riesco ad afferrarlo con i denti all'orecchio destro. Frattanto giunge l'altro milite. In due dopo una lotta disperata ,ma in cui avemmo sempre il sopravvento, riuscimmo a ridurlo all'impotenza. Allora egli divenne cortese e supplicò di non mettergli le catenelle perché era un galantuomo e che non aveva nulla a che fare con la Giustizia, tentò di offrirci 253 lire in cambio della sua libertà. Naturalmente gli vennero messe le catenelle e lo perquisimmo. Era in possesso di una rivoltella, di un pugnale a serramanico lungo venti centimetri, di alcuni sigari e di una ciocca di capelli grigi che poi sapemmo appartenere alla zia Filastò, alla quale era particolarmente affezionato. Indossava calzoni color caffè, giacca scura alla cacciatora e berretto: al collo un fazzoletto affumicato per il lungo viaggio in ferrovia. Aveva inoltre un cappello a cencio per cambiarsi d'aspetto ed un foglietto stampato con la Passione di Gesù con la scritta: chi porterà sempre con se questa devozione non morrà di morte violenta...". Presso le carceri di Urbino lo sconosciuto, fu poi identificato per il bandito Giuseppe Musolino. Per tale importante operazione Feliziani, ed il secondo milite, furono insigniti della medaglia di bronzo al valor militare, ammessi a frequentare il corso allievi sottufficiali ed ottennero un premio di lire 500 ciascuno. Di quell'avvenimento, oltre ai trionfali comunicati del Ministero degli Interni e ai titoli dei giornali, restò celebre la frase di rammarico del Bandito per una fine così banale del suo mito: "Lu filu! Maledittu lu filu! chillu filu!" Ossia, maledetto quel filo che lo aveva fatto cadere ed arrestare, lui, l'imprendibile. Antonio Mattei, il brigadiere comandante la stazione di Acqualagna che ordinò ai militi Feliziani e La Serra la menzionata perlustrazione era il padre di Enrico Mattei, poi presidente dell'ENI il quale, in verità, vantava che l'arresto del Musolino fosse dovuto all'intraprendenza del proprio padre. Dalle testimonianze di cui sopra emerge ben altra verità. Compiuto il corso presso la Legione di Ancona e conseguita la promozione a vicebrigadiere, Feliziani dal 1904 al 1906 fu destinato alla Legione di Bari dove assunse il comando di stazione di Fuscaldo, di novemila abitanti in provincia di Cosenza. Seguirono poi: Roggiano, Gravina, Rocca Imperiale, Luzzi, Cerisano, Carolei ed Altomonte che divennero le tappe del suo vicebrigadierato. Sul finire dell'anno 1906 ricevettela promozione a Brigadiere con comando di stazione ad Aliano in Basilicata. Nell'agosto del 1908 gli venne assegnato il comando di stazione di Mesagne (Lecce) che già allora contava più di dodicimila abitanti. In questa sede per un'altra importante operazione di servizio venne insignito della medaglia d'argento al valor militare con la seguente motivazione: "Di notte, insieme ad un suo dipendente, incontrava grave violenza per opera di alcuni malviventi che aveva dovuto dichiarare in contravvenzione quali disturbatori della quiete pubblica, tenne, sebbene venisse ferito di coltello un contegno esemplarmente calmo e coraggioso senza far uso delle armi, riuscendo a trarre in arresto i ribelli". Nell'anno 1911 la Rappresentanza Provinciale dell'Umbria, in coerenza delle deliberazioni consiliari del 13 settembre 1864 e 17settembre 1901gli conferì, per dimostrazione di onore nonché per aver compiuto atti straordinari di militari virtù, la medaglia d'oro decretata "Ai Prodi della Provincia dell'Umbria". Nel 1912 ricevuta la promozione al grado di Maresciallo, prese servizio alla Legione di Palermo, operando nelle provincie di Messina e Caltanissetta dove rimase permanentemente sino alla data di congedo. Caltagirone, Furnari e Resuttano divennero i suoi comandi di Stazione dove nei suoi servizi si distinse sempre per avvedutezza coraggio e fedeltà verso la sua gloriosa arma.